mercoledì 28 gennaio 2015

Giocare con la Storia: Agincourt (24 ottobre 1415)

Questo articolo rappresenta la prima parte di un doppio articolo sulla Battaglia di Agincourt del 1415, di cui quest'anno ricorre il 600° anniversario.
Questa prima parte, scritta da Ezio Melega, presenta un quadro storico sulla battaglia e sul contesto all'intorno.
La seconda parte, ovvero l'After-Action-Report di una partita a Men of Iron: Agincourt, verrà pubblicato a febbraio.

Introduzione

La mattina del 25 Ottobre 1415 il sole sorse pallido, tra la nebbia e la pioggia, nelle campagne boscose tra l’Alta Normandia e le Fiandre. Secondo William Shakespeare, in questo scenario deprimente, il re inglese Enrico V si aggirava tra le sue truppe, stanche e debilitate dalla dissenteria, rinfrancando i loro spiriti chiamandoli fratelli e “fortunati pochi”.
Da lì a poche ore tra le campagne strette da boschi tra i villaggi di Agincourt e Tramencourt la “banda di fratelli” avrebbe affrontato e sbaragliato le molto più numerose truppe francesi guidate dall’elite della nobiltà francese, segnando una delle più grandi vittorie inglesi della Guerra dei Cent’Anni e una svolta epocale nella Storia dei due Paesi.

Re Enrico V alla Battaglia di Agincourt

Una vittoria non sperata, neppure immaginata, in una battaglia che Re Enrico non avrebbe voluto, che secondo tutte le logiche avrebbe dovuto perdere, ma che trasformò una fuga disperata in una tale rivincita per la corona inglese da distruggere lo spirito francese per i successivi vent’anni, fino a quando Giovanna d’Arco non avesse innalzato il suo stendardo sotto le mura di Orleans.

La Guerra dei Cent'Anni

La Guerra dei Cent’Anni, di cui Agincourt fu un episodio tardo, non fu una sola, lunga guerra quanto piuttosto uno stato di belligeranza perenne durato formalmente dal 1337 al 1453 e che coinvolse diverse guerre satelliti, in Spagna, in Portogallo, in Bretagna e nelle Fiandre, nonché la proclamazione di almeno un antipapa.
Tutto iniziò con una crisi di successione della corona francese quando, nel 1316, Luigi X morì senza figli maschi e la corona passò al fratello Filippo V, sancendo il principio secondo cui nessuna donna avrebbe potuto succedere al trono di Francia. Anche Filippo V morì senza eredi maschi, così come il successivo fratello, Carlo IV.
A questo punto il parente maschio più prossimo era il figlio della sorella di Carlo IV, Isabella, ovvero il giovane Re Edoardo III di Inghilterra, che prontamente reclamò il trono di Francia. La nobiltà francese, inorridita dal pensiero di riconoscere un re inglese, dichiarò che Isabella non poteva trasmettere al figlio un diritto di successione che lei stessa non possedeva, e proclamò un cugino di Carlo IV re di Francia: il Duca di Valois divenne Re Filippo VI.

Genealogia dei Re di Francia

Gli interessi della corona inglese in Francia erano molteplici. Al di là delle ancestrali origini normanne della casa regnante, l’intero sud-ovest della Francia, l’Aquitania-Guascogna, era un feudo della corona inglese sin dai tempi in cui Enrico II sposò Eleonora d’Aquitania nel 1152, mentre i potentissimi Duchi di Borgogna erano solidi alleati commerciali dell’Inghilterra, dato che all’epoca governavano anche le Fiandre e le Fiandre erano la porta attraverso cui il ricchissimo commercio della lana inglese sbarcava sul continente.

Possedimenti inglesi in Francia

Quando poi la Casa di Borgogna si schierò a fianco dell’Inghilterra contro il partito degli armagnacci (fedeli alla dinastia di Valois) la guerra si trasformò in un vero e proprio conflitto tra modelli sociali: da un lato la monarchia francese che rappresentava il più alto modello feudale, conservativo e legato ai privilegi dati dai possedimenti terrieri, dall’altro gli inglesi e i loro alleati borgognoni che rappresentavano il modello commerciale, legato alle città e più disposto all’innovazione.

Alla fine della guerra la Francia risultò vittoriosa, avendo riconquistato tutti i territori inglesi sul continente con l’esclusione di Calais, ma la guerra aveva indotto tali e tante trasformazioni nella tattica, nella strategia e nella composizione degli eserciti che la società non poteva non esserne influenzata. La Guerra dei Cent’Anni vide il definitivo tramonto della cavalleria pesante feudale (iniziato nel 1302 a Courtrai) e il sorgere degli eserciti professionali, e la Francia, al suo termine, si era dotata del primo esercito permanente della Storia europea dopo l’impero romano.

I Preludi alla battaglia

Enrico V, salito al trono nel 1413, era il bisnipote di quell’Enrico III che per primo aveva dichiarato le pretese inglesi sulla corona di Francia. Era un abile stratega e guerriero, abituato a guidare le truppe in prima persona e, secondo molte testimonianze coeve, amato dai suoi soldati per le sue attitudini cameratesche nei confronti delle truppe.

Enrico V

Enrico V si mostrò fin da subito come un regnante di grande polso, soffocando con una certa crudeltà le rivolte gallesi che segnarono l’inizio del suo regno e mostrò fin da subito una notevole propensione ad una politica estera estremamente aggressiva, a differenza del padre il cui regno aveva segnato una tregua delle ostilità con la Francia.

Al contrario, il suo omologo francese Carlo VI si stava ormai avviando verso il declino fisico, era prono ad episodi di follia in cui arrivava a credere di essere fatto di vetro e politicamente si trovava  a non poter realmente gestire la violenta contesa tra i sostenitori della casa di Armagnac e quella di Borgogna, in una nascente guerra civile.

Carlo VI di Francia

Dopo due anni di provocazioni diplomatiche, il consueto valzer di ambasciatori, richieste di vecchi riscatti e tutti quei preludi necessari a dare un senso di legittimità e diritto divino alla guerra medievale, nell’estate 1415 Enrico V sbarcò in Normandia, e il 13 Agosto prese d’assedio il porto di Harfleur, sulla Manica, probabilmente intendendo porre fine agli episodi di pirateria che avevano marcato la fase di pace armata che l’aveva preceduto e come preludio all’occupazione della Normandia.
Sfortunatamente per Enrico l’assedio del porto durò molto più del previsto e la città cadde solo a Settembre, sprecando quasi totalmente la stagione bellica, e causando notevoli perdite tra gli inglesi.

Nonostante la situazione sfavorevole, accontentarsi di Harfleur era però impossibile per Enrico. Le ingenti risorse investite nella campagna non potevano essere sprecate per una vittoria così modesta. Il giovane re decise quindi per una chevauchée: iniziò l’attraversamento della regione con il suo esercito, requisendo tributi, saccheggiando, facendo terra bruciata e in generale imponendo la propria presenza sul territorio, senza cercare battaglia ma, anzi, sfidando i francesi a raccogliere un esercito e fermarlo.
Il suo obiettivo finale era comunque Calais, la roccaforte inglese a circa 250 km da Harfleur, da cui imbarcarsi e tornare in Inghilterra per l’inverno.

La campagna di Enrico era così costosa perché si appoggiava su un nuovo tipo di esercito. Enrico non era ricorso ad una leva feudale, poiché il modello dell’esercito inglese aveva ormai sorpassato quello della classica armata feudale in cui l’unico corpo di specialisti era la nobile cavalleria pesante. Nell’esercito di Enrico convivevano e combattevano fianco a fianco i nobili cavalieri e fitti corpi di arcieri, di estrazione popolare ma estremamente addestrati e disciplinati. Questi semi-professionisti erano slegati dal sistema di benefici che compensava la cavalleria nobile, ed andavano pagati ed equipaggiati. Tali risorse andavano poi concordate col Parlamento che, sin dal regno di Enrico III, aveva potere di veto sull’imposizione di nuove tasse. È quindi comprensibile come Enrico V fosse costretto a ottenere ben più successi che un semplice assedio vittorioso da una campagna le cui fasi preparatorie erano state così complesse.

Raffigurazione della battaglia di Agincourt

Nel frattempo Carlo VI di Francia aveva iniziato a sua volta a raccogliere un esercito, e anche in questo caso si trattava di un esercito proto-moderno, in cui alla cavalleria feudale si affiancavano corpi di specialisti spesso mercenari (balestrieri, le prime forme di artiglieri, arcieri) pagati coi soldi statali, in un enorme sconvolgimento del rigido sistema feudale francese, in cui ciascun nobile era responsabile dell’equipaggiamento proprio e dei propri soldati, e veniva ripagato dal suo signore feudale attraverso regalie e privilegi.

Tale pratica ci mostra come la Guerra dei Cent’Anni sia stato il vero passaggio tra la guerra medievale e la guerra moderna, e di come gli enormi sconvolgimenti sociali portati dal XIV secolo (le rivoluzioni tecnologiche, la rinascita delle città e della borghesia, la peste) influissero enormemente sul modo in cui le guerre venivano condotte.

Questo nuovo esercito non aveva fatto in tempo ad intervenire ad Harfleur, ma i generali di Carlo VI intendevano raccogliere la sfida di Enrico V e intercettarlo confidando nel notevole vantaggio numerico garantito dal costante afflusso di truppe fresche e nella debolezza delle truppe inglesi: ferite da Harfleur, vittime della dissenteria e ormai prossime al collasso per le estenuanti marce nella piovosa campagna francese.
Da parte sua Enrico era ben conscio del pericolo, e trasformò la sua chevauchée in una precipitosa fuga verso Calais.

Il 24 Ottobre le truppe francesi, guidate dai generali di Carlo VI (che non partecipò di persona alla campagna) e consigliate dai nobili locali che erano stati chiamati ad unirsi all’esercito, riuscirono a portarsi in posizione di vantaggio, tagliando la strada agli inglesi e costringendo Enrico V ad una battaglia asimmetrica (alcune fonti parlano di un vantaggio 4-1 per i francesi) in cui aveva davvero poche speranze.

La battaglia

Il campo di Agincourt era uno stretto lembo di terreni arati, chiusi ai due lati da fitti boschi e dai due villaggi di Agincourt e Tramecourt.
L’esercito inglese occupava il lato sud del campo, mentre quello francese prese posizione a nord, impedendo una facile fuga inglese verso Calais, distante solo una cinquantina di chilometri.

Non sappiamo bene quanti uomini combatterono ad Agincourt in quanto le fonti antiche sono piuttosto imprecise, e gli storici moderni non sono concordi sul come interpretarli. Di sicuro gli inglesi erano seriamente superati in numero, ma le proporzioni di tale disparità sono incerte. Una stima prudente parla di quattro francesi per ogni tre inglesi, ma è possibile che si arrivasse addirittura ad una disparità di quattro a uno.

L’esercito inglese era composto prevalentemente da arcieri. Di estrazione inglese e gallese, la loro arma era il famoso longbow, l’arco lungo. Costruito in legno di tasso e alto fino a un metro e ottanta, il longbow poteva lanciare frecce lunghe fino a 90 cm ad una distanza di 300 metri, con un ritmo costante di 6 al minuto, ma che poteva essere notevolmente aumentato a patto di essere disposti a rovinare l’arma e stancare l’arciere.
Addestrati fin da ragazzi alla particolare tecnica di tensione che consentiva di sfruttare appieno le caratteristiche di queste mostruosità (un arciere dell’epoca parla di come il padre gli insegnò a tendere “mettendo il proprio corpo nell’arco”, e non ad usare solo la forza delle braccia, come in altri Paesi), gli arcieri inglesi e gallesi presentavano vere e proprie deformazioni muscolo-scheletriche ed erano considerati preziosi professionisti, addestrati e disciplinati.

A fronte di 6.000-7.000 arcieri le forze inglesi potevano contare su un migliaio di uomini d'arme: nobili in armatura pesante, ma addestrati al combattimento appiedato oltre che alla tradizionale carica di cavalleria, in una tattica che aveva iniziato a prendere piede con le rivolte delle Fiandre del secolo precedente e che già Enrico III aveva perfezionato, ma che i nobili francesi stentavano a fare propria.

L’esercito francese, guidato da un gruppo di alti nobili tra cui il Conestabile di Francia Carlo d’Albret, il famoso cavaliere Jean II Le Meingre detto Boucicaut e il Duca Carlo di Orleans, leader del partito degli armagnacchi, poteva contare su circa 10.000 cavalieri, sia montati che appiedati, e su diverse migliaia di arcieri, lancieri, balestrieri e persino un paio di rudimentali cannoni.
Forte di questo vantaggio, e attendendo ancora maggiori rinforzi dalla Bretagna e dall’Anjou, i Francesi non avevano fretta di ingaggiare battaglia, preferendo arroccarsi in posizione d’attesa, dove i nobili iniziarono a distrarsi, giocare d’azzardo e a litigare su chi, secondo le leggi della cavalleria, dovesse avere il privilegio di guidare l’assalto, senza riuscire a mettere il comando coordinato della battaglia nelle mani di uno solo di loro.

Il piano originale prevedeva piazzare arcieri e balestrieri (il terreno era troppo umido per l’utilizzo dei cannoni) in prima linea, supportati dagli uomini d'arme e la cavalleria tenuta di riserva per devastare le fila inglesi bersagliate dagli arcieri francesi.

Come è noto questo piano non venne seguito. Gli arcieri anglo-gallesi ebbero il tempo di fortificarsi con pali acuminati infissi nel terreno a distanza tale da mantenere le file francesi entro la gittata delle loro armi, e i cavalieri francesi forzarono le loro stesse truppe per porsi in prima linea. Quando gli arcieri di Enrico iniziarono a scoccare la cavalleria francese in prima fila era ancora distratta, disorganizzata e impreparata. Una carica frettolosa senza una reale leadership a causa dei continui litigi per la precedenza degli alti nobili che la guidarono, su terreno fangoso e che fu incapace di aggirare gli arcieri a causa dei boschi, o di assalire direttamente gli arcieri a causa dei pali di fortificazione, e si andò a spezzare contro le linee degli uomini d’arme inglesi, finendo in un disastro e in un gran numero di nobili francesi presi prigionieri, tra cui Boucicault stesso.

Battaglia di Agincourt

Questo atteggiamento della cavalleria nobile francese non fu motivato solo da arroganza e impreparazione, anche se questi due fattori furono certamente un fattore importante.
Il ruolo del cavaliere era estremamente preciso: i nobili francesi erano una classe che godeva di enormi privilegi sociali e personali. Avevano diritto ad una legge privata, ricevevano regali dal re e dai loro valvassori, ed erano riconosciuti come i leader politici della nazione. Tutto questo potere era però sottomesso ad un obbligo ben preciso: combattere le guerre del sovrano.
Un cavaliere che non si distinguesse sul campo di battaglia non aveva ragione di esistere. Tutte le risorse di cui si appropriava, tutti i privilegi di cui godeva erano subordinati al suo essere l’arma definitiva, capace da sola di rovesciare le sorti di una battaglia
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La gloria della cavalleria francese era già in fase calante: una disastrosa crociata contro l’Impero Ottomano, costata enormemente in termini di riscatto e la perdita dei territori genovesi recentemente occupati avevano rivelato la loro inadeguatezza, e fin dall’assedio di Harfleur Enrico V aveva esplicitamente lanciato sfide personali ai cavalieri francesi, che si sentivano in dovere di raccogliere.
Mostrarsi codardi nei confronti di semplici arcieri, umili figli di contadini e piccoli possidenti, sarebbe stato il colpo definitivo alla loro credibilità come guerrieri, avrebbe abbattuto la loro funzione sociale.
Non potevano permetterlo.

Allo stesso tempo i cambiamenti sociali della fine del medioevo stavano premendo fortemente sulla vecchia aristocrazia guerriera. L’esercito francese ad Agincourt non era stato reclutato secondo i vecchi sistemi feudali, ma promettendo compensazioni monetarie ai partecipanti la campagna bellica, secondo il modello inglese. I ranghi non erano quindi composto da una leva feudale, ma da veri e propri soldati semi-professionisti, il cui reclutamento doveva aver indebitato non poco i responsabili nobili della campagna. Diventava quindi necessario per i cavalieri recuperare denaro in fretta, e il modo migliore per farlo era sempre stato, in guerra, attraverso la cattura delle armi avversarie e di prigionieri di rango per cui chiedere il riscatto.
Gli stessi litigi per il predominio e il rifiuto di coordinarsi da parte dei comandanti della prima carica dovrebbe essere letto in questo senso: ciascuno aveva l’assoluta necessità di mostrarsi superiore agli altri, per avere una chance di assumere il controllo degli eventi nella guerra intestina che si stava preparando contro la Borgogna in parallelo a quella contro l’Inghilterra. Ovviamente l’assoluta impreparazione e la leggerezza con cui affrontarono quelli che ai loro occhi dovevano essere solo una banda di straccioni non fece altro che sottolineare la loro totale inadeguatezza.

La rovinosa carica di Agincourt, che condannò la battaglia fin dalla sua fase iniziale, non è quindi soltanto un capolavoro di incompetenza militare, ma anche e soprattutto il segnale della fine di un epoca, il mondo antico che si scontra contro le esigenze dell’incipiente modernità, vedendo i vecchi ragionamenti e modelli di comportamento rivelare la loro inadeguatezza.

Cavalieri Francesi

Dopo la carica di cavalleria un secondo assalto, guidato dal Constabile di Francia stesso, vide gli uomini d’arme francesi avanzare nel fango, soffocati dalle loro armature e affondati fino al ginocchio nella melma, bersagliati a bruciapelo dalle frecce inglesi. Queste non erano in grado di penetrare i pettorali delle migliori armature, ma erano pericolose per braccia, gambe e volti esposti, e l’esperienza di attraversamento del campo di Agincourt, soffocati dall’elmo che doveva essere chiuso, sbilanciati dal fianco e martoriati dal continuo lancio di frecce doveva essere terrificante anche per dei professionisti della guerra.
Quando si arrivò alla mischia gli arcieri abbandonarono gli archi e iniziarono a combattere con pugnali, daghe e i martelli che avevano usato per piantare i pali nel terreno. Dopo un iniziale successo, l’attacco francese perse di forza e, attaccati da tre lati da avversari più leggeri e mobili, feriti, esausti e incapaci di rialzarsi quando caduti, gli uomini d’arme francesi soccombettero, vennero presi prigionieri a decine e lo stesso Conestabile Carlo d’Albret venne ucciso in battaglia.

In un momento imprecisato della battaglia, un giovane cavaliere del villaggio di Agincourt chiamato Ysembart, guidò la sortita di qualche uomo d’armi e un gran numero di paesani attraverso i boschi verso il campo inglese, non si sa quanto concordata coi generali o quanto piuttosto una razzia privata, e riuscì ad arrivare fino alla tenda reale, rubando il ricco guardaroba e scappando con un notevole bottino. Colto di sorpresa, e probabilmente senza sapere esattamente che genere d’attacco le sue salmerie stessero fronteggiando, Enrico V dette ordine di uccidere i prigionieri francesi, violando ogni legge bellica o di cavalleria.

L’atto fu aspramente criticato, e preso come simbolo dell’assoluta mancanza di coscienza da parte di Enrico V, ma fu probabilmente un atto di calcolato pragmatismo, più che di crudeltà. Data la disparità nei numeri, ad Agincourt si verificò il caso unico in cui i prigionieri da soli quasi superavano in numero i combattenti inglesi. Enrico interpretò probabilmente la razzia come un tentativo di sollevare i prigionieri, e, temendo una ribellione a cui non avrebbe potuto fare fronte, ordinò il massacro, col semplice scopo di proteggere la sua retroguardia nella battaglia ancora in corso.

Quando la battaglia si concluse i francesi avevano perso tra morti, feriti e prigionieri, più di 4.000 uomini. Anche in questo caso le cifre sono aperte a dibattito, ma la stima maggiormente accreditata parla comunque di un rapporto di nove a uno tra le perdite francesi e quelle inglesi, con centinaia di cavalieri e decine di nobili maggiori francesi morti o catturati dal nemico.

Le conseguenze

La disfatta francese ad Agincourt permise ad Enrico di stabilire il proprio dominio sulla Normandia e di riparare a Calais e da lì riparare in Inghilterra per ricostruire il proprio esercito stremato.
Forte del successo di fronte al parlamento e sfruttando le risorse ottenute dai riscatti, Enrico V poté quindi tornare in Francia l’anno successivo e impegnarsi in una campagna pluriennale che finì per garantirgli il controllo di tutta la parte nord del Paese e una forte posizione da cui proclamare i propri diritti alla corona di Francia.

Il 21 Maggio 1420, a Troyes, Carlo VI ed Enrico V firmarono un trattato che, pur non mettendo ufficialmente fine alla guerra, segnava una definitiva vittoria per il re inglese. Secondo i termini del trattato Enrico sposò Caterina di Valois, figlia di Carlo VI, e venne dichiarato reggente di Francia; un titolo tutt’altro che formale, dati gli accessi di follia che periodicamente incapacitavano Carlo VI. Oltre alla reggenza, Enrico V guadagnò anche per sé e per i propri figli, legittimati dal matrimonio con Caterina, il titolo di erede al trono di Francia, delegittimando il figlio diciassettenne di Carlo VI, il delfino Carlo di Valois, futuro Carlo VII.

Caterina di Valois

Il trattato di Troyes portò ad una pace incerta, che venne prontamente infranta quando, due anni dopo, morirono prima Enrico V, lasciando un figlio di pochi mesi, e poche settimane dopo, Carlo VI. Secondo gli accordi il figlio neonato di Enrico V sarebbe dovuto diventare re, ma il Delfino di Francia violò i termini del trattato, reclamò il trono e qualche anno dopo partì per una campagna di riconquista con un generale d’eccezione: Giovanna d’Arco.

Le conseguenze più rilevanti della battaglia di Agincourt furono però l’amplificare i cambiamenti occorsi nella società tardo-medievale, più che nel forzare la monarchia francese ad una fragile resa.

In primo luogo la perdita di tanti nobili sul campo di battaglia, morti o prigionieri (molti riscatti, tra cui quello di Boucicault, non furono mai pagati. Evidentemente qualcuno ne aveva abbastanza della loro inettitudine), indebolì terribilmente le posizioni della nobiltà francese, e andò ad influenzare la guerra civile che stava maturando tra il partito degli armagnacchi (favorevoli al tradizionale rapporto sociale feudale) e quello dei borgognoni (influenzati dalla classe mercantile inglese). Le ostilità erano iniziate già nel 1407, con l’esclusione dei Duchi di Borgogna dal concilio reale e il seguente assassinio del Duca d’Orleans, massimo esponente degli armagnacchi, ed avevano raggiunto un nuovo apice nel 1418, con l’omicidio del Duca di Borgogna da parte della fazione rivale, il che aveva portato la Borgnogna a cercare un’alleanza separata con la corona inglese, sostenendo come legittime le pretese di Enrico al trono di Francia e dichiarando Carlo VI un usurpatore.

Assassinio del Duca d'Orleans

La maggior parte dei caduti di Agincourt apparteneva quindi alla fazione armagnacca, che venne a tutti gli effetti decapitata.
I borgognoni ne approfittarono e, solo dieci giorni dopo Agincourt, entrarono in forze a Parigi, occupandola militarmente con inusitata ferocia, e facendo precipitare la Francia in una guerra civile di grande intensità e che si concluderà solo con il riconoscimento dell’indipendenza della Borgogna da parte di Carlo VII, al termine della guerra con l’Inghilterra.
Si può facilmente vedere come l’Inghilterra, pur perdendo la guerra e dovendo rinunciare sia alle proprie pretese sulla corona di Francia, sia ai suoi possedimenti sul continente (con l’eccezione di Calais), sia però riuscita, attraverso la mediazione culturale dei borgognoni, a far capitolare l’antica struttura di potere francese, e a “colonizzare” il Paese con la propria mentalità mercantile e il proprio modello economico, di cui la Borgogna si fece sponsor e che riuscì a far valere presso Carlo VII quando questi cercò la pace con i suoi nobili ribelli.

Un’altra rivoluzione causata dalla campagna di Enrico V fu quello di consegnare il Paese nelle mani di bande di mercenari.
Per sostenere le proprie compagnie, i nobili uomini d’arme francesi avevano imitato il modello inglese e, invece di ricorrere ad una leva feudale, forzata, avevano offerto compensi monetari a veterani delle guerre intestine ed esterne.
Con il cessare delle ostilità dirette, queste compagnie di semi-professionisti della guerra si trovarono disoccupate e, come hanno sempre fatto i mercenari nel corso della Storia, si diedero al brigantaggio, scorrendo la campagna francese e procurando ingenti danni al territorio.

Una delle prime mosse di governo di Carlo VII, dopo aver violato i termini del trattato fu incanalare questa risorsa bellica, lanciando un bando per le compagnie d'ordonnance. Carlo VII, alla ricerca disperata di uomini e comandanti ancora quindici anni dopo Agincourt, offriva il perdono reale e un soldo regolare, un vero e proprio stipendio, a quegli sbandati che si fossero presentati a combattere per lui, così come a quei cavalieri, magari non appartenenti all’alta nobiltà (che si era comunque dimostrata quantomai inadatta al comando e troppo legata a strategie appartenenti al secolo precedente) ma comunque addestrati alla tattica e alla strategia, che volessero comandare le nuove compagnie.

Questo decreto portò alla creazione del primo esercito permanente in Europa dopo la caduta dell’impero romano, un esercito di professionisti posti direttamente al servizio al sovrano non tanto dai vincoli della lealtà feudale, che si erano dimostrati troppo deboli nella giostra di tradimenti, alleanze, e opposte lealtà che era la Guerra dei Cent’Anni, quanto da legami economici e quasi nazionalistici di sapore molto più moderno.

Assedio di Orleans

Si può dire che la più grande conseguenza della Battaglia di Agincourt, in quanto apertura dell’ultima fase della Guerra dei Cent’Anni, non fu quella di garantire il predominio all’Inghilterra (una vittoria di Pirro di breve durata), quanto piuttosto quello di catalizzare i cambiamenti sociali post-medievali in atto in Inghilterra, e di forzare la Francia a fare lo stesso, proiettando quelle due nazioni fuori dal medioevo e pronte a partecipare a quella zeitgeist europea che, partita nel XIII secolo, sarebbe esplosa nel XIV e che in Italia viene chiamata “Rinascimento”.
Quella vittoria e la successiva campagna innescarono eventi come la creazione del primo nucleo di quello che diventerà l’esercito francese o la guerra civile tra armagnacchi e borgognoni e la necessità di trovare una coesione sociale al suo termine, che produssero una serie di processi che si concluderanno, in definitiva, solo nel XVIII secolo, quando proprio Francia e Inghilterra emergeranno, non a caso, tra i primi stati-nazione europei, e dominatori per questo del XIX secolo.

Tutto questo perché, nel giorno di Crispino e Crispiano, una banda di inglesi, combattendo fianco a fianco, nobili e plebei assieme, abbatté per sempre l’arroganza della nobiltà francese, trascinando con uno shock quel Paese al di fuori dei fanghi medievali da cui stentava a sollevarsi.

BIBLIOGRAFIA

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